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venerdì 2 novembre 2018

Filippo Timi porta in scena il suo cuore di vetro


FILIPPO TIMI CAVALIERE CORAZZATO DI PAURE IN

 UN CUORE DI VETRO IN INVERNO


Recensione di Felice Carlo Ferrara


Dopo essersi immerso nell’universo shakespeariano (con le riletture grottesche dell’Amleto e di Giulietta e Romeo), aver parodiato la Hollywood degli anni ’50 (Favola), aver giocato con la commedia barocca (nell’estroso Don Giovanni), essere tornato all’ingenuità degli anni ’80 (Skianto) ed aver ricreato le atmosfere del cinema italiano degli anni ’60 (La Sirenetta), Filippo Timi riesuma ora la sacra rappresentazione medievale, riprendendone l’assetto didascalico e costruendo la facile allegoria di un uomo innamorato che affronta le proprie paure come un cavaliere si prepara allo scontro con un drago.
Privo di una vera narratività, lo spettacolo si frammenta in più voci. Al fianco del cavaliere umbro si raccontano, infatti, altre figure, tutte piuttosto topiche nell’universo cortese: un vecchio giullare, un giovane scudiero, una prostituta e un angelo custode, tutti carichi di insicurezze o delusioni e, in questo, specchi della fragilità del protagonista. E se ognuno aggiunge un tassello al tema centrale della paura, così strettamente annodato a quello dell’amore nella personalissima visione del mondo di Timi, nel medesimo tempo ognuno ritorna al punto di partenza.



Allo stesso modo lo spettacolo, pur esplorando un genere teatrale nuovo nella carriera di Timi, torna in realtà alle esperienze precedenti, riaccogliendo in sé l’eco di ogni lavoro del passato, come a realizzarne un piccolo compendio che rifletta malinconicamente su se stesso. Facile riconoscere gli elementi pasoliniani già molto presenti nella Sirenetta (di cui riprende anche un pezzo di scenografia), il gusto barocco, la scelta dell’inflessione regionale a smorzare l’altisonanza del testo e la Marilyn della Rocco già presente nell’Amleto. 



Filippo Timi conferma peraltro la sua cifra stilistica, caratterizzata da un’estetica tanto curata, quanto dedita al bizzarro e dal gusto per l’elemento popolare che vada a contaminare testi invece ridondanti, straripanti immagini poetiche e folgoranti accumulate l’una sull’altra, con insistenza, cercando più la ripetizione del concetto che il suo approfondimento. 



Ne risulta uno spettacolo estremamente affascinante sul versante visivo, e non solo per i bellissimi costumi e per il disegno scenografico: contribuisce notevolmente anche la capacità visionaria di Timi che mette Marina Rocco irrigidita su un carrello scorrevole, accosta uno squallido bar di periferia così materico nel suo nudo cemento ad una nuvola che pare tratta da un affresco manierista e appende infine se stesso a testa in giù dopo essersi arrampicato fino alla cima di una scala in una scena di grande impatto. A questo si aggiunge la consueta qualità nella squadra attorale: in scena un accumulo di talenti la cui vetta è lo stesso Timi.
Per contro si deve riscontrare una semplicità nei contenuti e nel gioco narrativo tale da rendere quasi inutile tanto lavoro estetico o tanto talento attorale, quasi si sfoggiasse più mestiere che arte.    



UN CUORE DI VETRO IN INVERNO
uno spettacolo di e con Filippo Timi
e con Marina Rocco, Elena Lietti, Andrea Soffiantini, Michele Capuano
luci Camilla Piccioni
assistente alla regia Benedetta Frigerio
direttore di scena Alberto Accalai
macchinista Mattia Fontana
elettricista Lorenzo Bernini
fonico Emanuele Martina
sarta Caterina Airoldi

amministratrice di compagnia Beatrice Cazzaro
direttore tecnico Lorenzo Giuggioli
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti/ Fondazione Teatro della Toscana
Visto il 31 ottobre 2018 presso il Teatro Franco Parenti di Milano

martedì 4 novembre 2014

La Sirenetta secondo Filippo Timi



Filippo Timi e il sogno del Franco Parenti

di Felice Carlo Ferrara

Filippo Timi nell'area da riqualificare

Dopo i recenti successi di pubblico riscossi in insolite programmazioni estive, il teatro Franco Parenti amplia i suoi orizzonti e si spinge a immaginare nuovi modi di interazione tra la propria struttura e gli spettatori: non è ancora chiarissimo quale sia l'obiettivo finale cui tende la direzione, ma di certo c'è la storia di un centro balneare nato negli anni '30, smembrato durante la guerra e mai più risorto, se non in alcuni locali ora rinnovati e utilizzati dallo stesso teatro Franco Parenti. L'area ancora in stato di abbandono, comprendente due piscine e una palazzina in ben 14 mila mq, potrebbe quindi essere riqualificata, aperta al pubblico e, infine, pensata come prolungamento del teatro.
Il progetto sembra piuttosto ambizioso, ma Andrée Ruth Shammah, nella sua ricerca di fondi, ha potuto contare sull'appoggio di un amico molto speciale: si tratta di Filippo Timi, che dopo gli strepitosi successi raccolti da Amleto, Favola, Don Giovanni e Skianto, ha ormai un rapporto strettissimo con lo stabile d'innovazione. L'attore e regista ha così scritto in pochi giorni un nuovo testo, ha chiamato a raccolta alcuni dei suoi collaboratori più cari, comprese le amatissime Lucia Mascino e Marina Rocco, e in un tempo brevissimo, 6 giorni, ha allestito un lavoro che deve considerarsi un abbozzo di spettacolo, più che qualcosa di definitivo. Una sorta di work in progress aperto al pubblico, i cui profitti saranno devoluti per la realizzazione del progetto.
Il tema scelto è strettamente connesso al sogno di Shammah: Timi è infatti partito dall'immagine di una bagnante degli anni  '30, ha quindi ricreato un'atmosfera retrò ispirandosi al nostro miglior cinema, e, con il consueto spirito demistificante, ha fuso il tutto con la più celebre fiaba di Andersen.



Timi e la sua Sirenetta senza abissi

Il mito della sirena è stato per secoli il simbolo del fascino e nello stesso tempo del terrore esercitato sull'uomo dall'universo ignoto e misterioso del mare; in seguito la figura della sirena è confluita nel motivo della femme fatale, della donna ammaliatrice metafora del potere schiacciante della sessualità contro la debolezza della ragione. Hans Christian Andersen, invece, nella sua celeberrima fiaba, capovolse il punto di vista e fece della creatura marina un essere sorprendentemente tenero; la sua sirenetta, ben lontana dalle armi della seduzione insidiosa, divenne ella stessa una vittima dell'amore e la sua morte solitaria si fece denuncia di un destino troppo spesso avverso ai sentimenti più autentici.
La Disney, poi, per una felice ispirazione, vide la condizione della sirena, pesce solo per metà e solo per metà donna, una metafora della difficoltà dell'adolescente nel maturare un'identità adulta in una fase che costringe di fatto a stazionare in una scomoda situazione intermedia.

Filippo Timi nel suo ultimo lavoro dal titolo La sirenetta, sceglie di mantenere il pessimismo dello scrittore danese e nello stesso tempo sembra raccogliere almeno parzialmente il suggerimento della versione animata, facendo tuttavia della sirena un'icona non della sessualità immatura dell'adolescente, ma della propria.
Marina Rocco, nella parte della protagonista, aspira a un amore con un umano e cade nell'illusione che questo possa avvenire solo acquistando una vagina, proprio come un ragazzo effeminato, nell'aspirare a un rapporto amoroso con un uomo eteresessuale, può desiderare organi genitali femminili.
Non si tratta tuttavia di uno spettacolo sull'omosessualità; la protagonista è una donna con un sentimento idillico ucciso da chi si è arreso troppo presto alla superficialità e al cinismo; solo nel finale Timi si alza e veste l'abito della sirena, suggerendo un'identificazione con la sua eroina. È dunque piuttosto uno spettacolo sulla sessualità di Timi, quella sessualità che spesso invade le sue opere e sembra ingabbiare il suo mondo. E quella che si rappresenta non sembra la realtà universale, quanto una realtà individuale, un mondo interiore dai contorni onirici.

 Filippo Timi ne La sirenetta

Non a caso Timi si affida il ruolo del regista. Come già accaduto in alcuni lavori precedenti, l'attore si pone come dominatore della scena, con la differenza che, se Amleto e Don Giovanni erano uomini che si elevavano al di sopra della realtà universale, qui Timi si eleva al di sopra della realtà della sua mente.
Ed è un mondo difficile da comprendere, un mondo che può divertire il suo creatore, ma turba e inquieta  il pubblico. Come raramente accade nei lavori di Timi, non volano molte risate tra gli spettatori. Nel corso dello spettacolo, infatti, si prova una sorta di angoscia non tanto per i protagonisti della narrazione, quanto per gli attori stessi, marionette denudate, manipolate, umiliate da un Filippo Timi che sembra voler sottoporre tutti a quello stesso sentimento di profonda frustrazione che deve albergare in fondo alla sua anima.
Non ci vengono date spiegazioni e l'intento di Timi non sembra quello di voler comprendere la propria interiorità, quanto quella di inscenarla, rimanendo immerso nel proprio disorientamento.


Siamo in una spiaggia piuttosto cupa e grigia. In questa atmosfera tetra, spicca l'insegna luminosa di un locale di poche pretese.
Sulla sabbia un Filippo Timi dall'aspetto piuttosto serio è affiancato da un uomo dalla testa di uccello, che, se rievoca Uccellacci e uccellini di Pasolini, potrebbe essere un cupo simbolo fallico e insieme un presagio di morte.
Comincia allora un monologo, di quelli caotici e ridondanti che ama scrivere Timi, e dopo lunghe perifrasi, il discorso si circoscrive ad un unico concetto: la vagina.

 Elena Lietti

Quindi entrano in scena due prostitute, poi uomini avezzi alle prostitute, figli di prostitute o essi stessi nella rete della prostituzione. Infine compare la sirenetta e se anche la sua voce non fa che ribadire l'onnipresenza della prostituzione in questo angusto universo, per un momento l'ingenuità con cui parla è un piacevole spiraglio di luce. Uno spiraglio effimero. L'ingresso della strega del mare, una donna del tutto simile alle prostitute di prima, non serve che a introdurre la protagonista nel circolo della prostituzione. E il denudamento di Marina Rocco, metafora della perdita della sua innocenza, è il momento più duro dello spettacolo.
Quindi ancora una scena dedicata al Principe di questa fiaba: un uomo un tempo tanto candido da sembrare figlio di un re, ora con un'anima nera come il cielo che lo sovrasta. Il suo incontro con la sirena, quindi, non può che portare a una morte assurda e impietosa l'ingenua protagonista.
In questo universo, quindi, non esiste che una sessualità mortifera, degradante e mercificata, mentre tutti i sentimenti hanno vita breve e stentata.
Lo spettacolo si chiude poi con una sfilata di tutti i personaggi che ricorda da vicino 8 e mezzo di Fellini. Filippo Timi costruisce infatti l'estetica del suo spettacolo citando di continuo i pilastri della nostra cinematografia. Il suo alter ego in scena ha infatti tutto l'aspetto del Marcello della Dolce Vita di Fellini, personaggio torbido e confuso con cui Timi ha forse nella vita molti punti di contatto; la prostituta della Mascino rincorre invece, con una certa fatica, la Magnani di Mamma Roma, mentre la Lietti cerca forse un'identità con la Masina felliniana. E ancora i personaggi maschili riprendono i ragazzi di periferia di Pasolini, ritraendoli con la stessa naivitè del cineasta.

 Lucia Mascino

Questi omaggi, però, non sono che un vestito per uno spettacolo che per il resto non riprende molto altro dalla nostra storia cinematografica. La personalità di Timi, infatti, non si presta molto al senso tragico di un De Sica, alla sobrietà rigorosa di Antonioni o all'eleganza di un'opera di Fellini; si compiace invece di toni scanzonati e spesso sboccati.
Con La Sirenetta siamo del resto nel mondo personalissimo di Timi, dove tutto deve calarsi all'interno di una sessualità invadente e costantemente insistita, un universo in cui il sesso sembra, più che un atto vitale, un modo per resistere ai sentimenti, per respingerli, qualcosa che paradossalmente conduce alla morte dell'individuo più che all'affermazione della vita.
Il risultato è qualcosa di profondamente contraddittorio: una drammaturgia dai risvolti tetri, eppure composta da dialoghi fin troppo leggeri; uno spettacolo corale dove tuttavia l'unica vera voce è quella di Timi; un inno al sesso che si chiude con una condanna dell'atto sessuale stesso. E anche la reazione dello spettatore può essere molto confusa. Si può infatti rimanere affascinati dalle atmosfere dello spettacolo e nello stesso tempo sentirsi respinti da una drammaturgia che si ostina a galleggiare sulla superficie senza mai inabissarsi là dove potrebbero veramente risiedere tutte le potenzialità del lavoro.

 La sirenetta
di Filippo Timi
con Filippo Timi, Marina Rocco, Lucia Mascino, Elena Lietti, 
Lorenzo Cervasio, Daniele Giulietti, Riccardo Toccacielo, Simone Nobili
Una Produzione Franco Parenti

 durata: 30 minuti