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venerdì 13 febbraio 2015

Eutanasia: Cesar Brie porta sulla scena la difficile questione dell'eutanasia



Orfeo e Euridice: 

Cesar Brie e Eco di Fondo scelgono un mito antico per parlare di eutanasia 

 


di Felice Carlo Ferrara

Nel mito antico, Orfeo, non potendo rassegnarsi alla morte di Euridice, scendeva negli inferi e, con il fascino del suo canto, tentava di riportare in vita l'amata. Oggi Cesar Brie riprende il mito, rovesciando tuttavia il ruolo di Orfeo: il suo eroe, infatti, non deve combattere contro la morte, ma piuttosto invocarla, perché i due protagonisti si ritrovano loro malgrado ad agire in una zona grigia che sospende Euridice in uno stato molto più ambiguo degli inferi, dove non si può parlare né di vita, né di morte. È la realtà del coma, una realtà artificiale, prodotta dai farmaci e dall'accanimento terapeutico operato su individui la cui reale condizione esistenziale è difficile da comprendere. Fin dove può arrivare la medicina senza ledere per questo la dignità dell'uomo? Fino a che punto le cure possono contendere una vita umana al ciclo della natura? Chi stabilisce che una cruda esistenza materiale sia migliore del volo dell'anima nell'Aldilà? Sono tante le domande che si nascondono dietro la parola eutanasia e poche le risposte, perché il campo dell'etica è difficile da definire, specialmente in un'epoca priva di certezze come la nostra.
Nondimeno la sofferenza cui sono costrette molte persone richiede comunque di affrontare una riflessione al riguardo. 



Cesar Brie e la compagnia Eco di fondo si sono unite in una produzione Teatro Presente per rispondere a questa esigenza e hanno creato uno spettacolo che, pur muovendosi su un terreno estremamente rischioso, risulta in verità molto difficile da criticare. Questo grazie alla scelta di accantonare la retorica, per lasciare spazio ad un racconto concreto, dove protagonista non è l'ideologia, ma una coppia di giovani qualunque, che, dalla tranquillità quotidiana, si ritrova catapultata d'un tratto in una realtà terribile, ma purtroppo spesso reale: un incidente travolge la donna e da quel momento termina per lei la vita, senza che possa tuttavia cominciare la morte. Questo per l'intervento dei medici, che sanno sì trattenerla dal baratro, ma non sanno poi sospingerla altrove. Ed è così che la tragedia non può condurre ad alcuna catarsi, perché tutto rimane sospeso, inamovibile, senza alcuna evoluzione per anni, anni, anni.
E non ci sarebbe affatto soluzione, se non si levasse la voce del compagno a pretendere che qualcuno si occupi di quella sofferenza.


Lo spettacolo si schiera coraggiosamente a favore dell'eutanasia. Non lo fa, tuttavia, attuando opinabili semplificazioni, perché, al contrario, lascia spazio alle motivazioni e ai pareri di entrambe le parti e non cade mai nella tentazione di demonizzare alcuna presa di posizione. Non solo. Il testo ha l'intelligenza di trattare la sofferenza non come protagonista del dramma, ma piuttosto come antagonista dell'amore e della felicità della coppia e forse proprio questa scelta è il segreto di uno spettacolo che trova subito una profonda empatia nello spettatore, riuscendo sin dalle prime scene estremamente toccante.
A ciò si aggiunge l'interpretazione intensa e molto partecipata dei due bravissimi interpreti: Giacomo Ferraù e Giulia Viana, capaci di affrontare con molta credibilità anche le scene più dure.


Da un punto di vista strettamente teatrale, infine, merita una lode particolare la regia dello spettacolo, per il grande equilibrio raggiunto nel mettere insieme dati scientifici, dramma umano e pura narrazione e, soprattutto, per la perfetta sintesi ottenuta nel linguaggio teatrale. Ogni momento del dramma sa offrire allo spettatore un'immagine metaforica elegante, poetica ed efficace, immagini rese con l'uso di pochi oggetti o semplici gesti, che, accompagnati da un giusto uso delle musiche e delle luci, e sostenute dall'abile lavoro attorale, trovano infine una grande potenza comunicativa.
In definitiva uno degli spettacoli più belli attualmente in circolazione. Sicuramente consigliato.




Orfeo ed Euridice
testo e regia César Brie
costumi Anna Cavaliere
musiche Pietro Traldi
con Giacomo Ferraù e Giulia Viana
disegno luci Sergio Taddo Taddei
produzione Teatro Presente / Eco di fondo
SELEZIONE INBOX 2014

Visto il 10 febbraio 2015 presso il Teatro Elfo Puccini di Milano

lunedì 24 novembre 2014

L'uomo nel diluvio



L'uomo nel diluvio

 


di Felice Carlo Ferrara

La crisi economica nel nostro paese perdura e così se ne parla in televisione, nelle strade, al cinema e anche a teatro. Si sono già visti tanti spettacoli sul tema del lavoro precario o sulla disoccupazione. "L'uomo nel diluvio" di Simone Amendola e Valerio Malorni sceglie, tuttavia, di spostare lo sguardo dal mondo dell'impiego al fenomeno dell'emigrazione, entrando in un campo forse meno trattato che permette di focalizzare l'attenzione su sentimenti molto intimi ed emozioni che abbiamo ancora bisogno di comprendere.



Significativamente lo spettacolo si apre con un uomo che si toglie giacca, camicia e pantaloni e cerca di ricreare sul palcoscenico il suo bagno privato, la sua vita più segreta. Non è un personaggio teatrale, è Valerio Malorni, un attore che rinuncia alla maschera della finzione per aprire una porta nel suo cuore e capire quali emozioni scuote la parola emigrazione: forse un paese straniero come la Germania può offrire prospettive di vita più alettanti da un punto di vista economico, ma sono pur sempre prospettive che escludono la propria casa e il proprio bagaglio affettivo. Nessuno può mettere in valigia la propria famiglia, la compagnia di amici, né tutto quello che un luogo o un oggetto può significare. Partire per una nuova vita è una scommessa che comincia subito con una pesante rinuncia al proprio passato. Chi emigra è forse come Noè, che sale sull'arca consapevole che tutto quello che lascia fuori dal suo bagaglio sarà distrutto dal diluvio. 




 Lo spettacolo non vuole tuttavia fermarsi a qualche riflessione. Vuole piuttosto riferire esperienze reali di vita vissuta. Così Valerio Malorni ha coraggiosamente accettato di vestire i panni di un moderno Noè e ha effettivamente affrontato un periodo da emigrato a Berlino. E quel che si offre oggi allo spettatore non è tanto uno spettacolo, quanto un racconto personalissimo operato senza filtri. Questo si traduce in un linguaggio teatrale molto povero, fatto più di parole che di azioni, supportato solo da qualche proiezione video e pochissimi oggetti scenici, un linguaggio che tuttavia può avere un impatto molto forte sullo spettatore. Tutto è infatti affidato alla sincerità con cui Valerio Malorni si confessa davanti al pubblico, e al valore di un'esperienza davvero significativa.
Perché nella grigia e fredda esistenza trascinata in quei mesi a Berlino, l'attore è riuscito a creare una breccia nella corazza del popolo tedesco, strappando al pubblico straniero una confessione toccante che, dopo tanti numeri e tante statistiche, riporta finalmente in primo piano il dato umano su quello economico.


Uno spettacolo su un tema che era necessario affrontare, quindi, ben sorretto da un Valerio Malorni capace di essere sul palco uomo prima che attore, e scritto con intelligenza.
Alla stesura del testo e alla regia ha contribuito anche Simone Amendola, già Premio Ilaria Alpi (2010), Premio Solinas (2014) e Premio Oreste per "Porta Furba".
"L'uomo nel diluvio" ha vinto il premio IN-BOX 2014.

Visto a Campo Teatrale il 15/11/2014.

L’uomo nel diluvio
Con Valerio Malorni
Idea, testo, regia: Simone Amendola, Valerio Malorni
Costumi: Maria Linda Fusella
Organizzazione: Floriana Pinto Longo
Una produzione: Blue Desk
Residenza produttiva: Carrozzerie n.o.t.
Con la collaborazione di Zètema