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giovedì 22 ottobre 2015

Cesar Brie per i Teatri del Sacro



La volontà: Cesar Brie

vicino a Simone Weil

 recensione di Felice Carlo Ferrara




La volontà, vincitore del bando Teatri del sacro, è uno spettacolo che mette in scena non tanto un racconto di azioni, quanto pensieri e riflessioni. Sono i pensieri di Simone Weil, filosofa e mistica nata a Parigi nel 1909, morta a soli 34 anni e nota soprattutto grazie all'impegno editoriale di Albert Camus che ne promosse le opere dopo la morte.
Il soggetto può sembrare azzardato per la scena, ma Cesar Brie parte da un'idea suggestiva. Dare un corpo, il proprio, alle misteriose iniziali C.M., che segnano in modo enigmatico la lapide di Simone Weil. In particolare Brie immagina si tratti di un infermiere che abbia vigilato su di lei negli ultimi giorni. Non gli interessa, però, comporre un ritratto dell'uomo, ma ama forse solo l'idea di potersi vedere in compagnia della scrittrice. È un modo per proiettarsi più intimamente nella vita della donna, calzando i panni di qualcuno che forse non ebbe alcuna importanza nell'esistenza della filosofa. O forse sì.
Se si pensa che proprio quell'uomo deve essere stato l'unico testimone della sua morte, di una morte attesissima, di una morte che era per la donna il passaggio fondamentale da un mondo ingannevole, impietoso e brutale, alla verità amata, invocata, desiderata, allora potremmo cambiare il nostro punto di vista e condividere la scelta di Cesar. Forse quella persona ha invece assistito agli istanti più importanti vissuti dalla donna. Vale quindi la pena soffermarsi su di lui e immedesimarsi in lui per cercare di ascoltare nel modo migliore la voce di Simone Weil.

 Catia Caramia nei panni di Simone Weil in scena con Cesar Brie

Significativamente, dunque, Cesar Brie comincia lo spettacolo raccontando non la nascita, ma la morte della donna, come fosse questo momento ad aprire realmente gli occhi della donna e a far germinare il suo pensiero. E i versi incisi sulla lapide pongono subito l'attenzione sulla parola "dolore". Simone Weil non pretese mai la felicità in un mondo che, in quanto materiale, era, a suo parere, per sua stessa natura sottrazione di Dio e quindi di gioia. Scelse invece come unica via di vita autentica la condivisione del dolore degli altri, ed ebbe il coraggio di immergersi nelle realtà più crudeli del suo tempo, sperimentando su di sè prima il lavoro in fabbrica e poi l'orrore della guerra vissuta sul fronte. Per questo il suo pensiero rimane ancora oggi fortemente attuale: perché non costruito esclusivamente con le ideologie astratte dell'epoca, ma nutrito di esperienza reale. Come elogiare allora il lavoro operaio, dopo avere assaporato tutta l'alienazione che di fatto richiede? E come credere ancora nella bontà delle istituzioni politiche, dopo aver subito su di sé l'umiliazione di chi deve sottomettersi a poteri forti, indifferenti alle esigenze degli uomini semplici?



Cesar ci racconta tutto questo, illustrando piccoli squarci della vita della donna e scegliendo brani estratti da tutte le sue opere principali, spaziando così dalla filosofia politica, all'etica, fino alla mistica. A questo aggiunge poi il suo sguardo umano, ed ecco che la Weil ci può apparire in scena non solo nella sua statura di eroina, ma anche nei suoi aspetti più buffi o più goffi. Perché il coraggio non si associa sempre  a una grandezza fisica, e anzi spicca proprio su chi invece ha poca forza su cui contare.



Il pregio maggiore dello spettacolo è quello di evitare sapientemente il tono didascalico. Il rischio era fortissimo, dovendo confrontarsi con brani di natura filosofica, ma Cesar Brie sa ovviare al problema, riportando le parole della Weil a quella forte passionalità da cui sono nati e dando uno spessore emozionale alle idee. Si susseguono quindi scene di grande impatto, costruite con immagini forti e originali, che sanno stigmatizzare il pensiero della donna.

E proprio queste immagini dal grande potere evocativo, a volte ottenute con grande semplicità (basta un muro e dei segni tracciati col gesso per illustrare la violenza della guerra o della dittatura comunista), a volte con una vena acrobatica (i due attori appesi ad un gancio possono rendere ora l'impotenza di un corpo battuto da una forza più grande, ora la leggerezza di una Simone più anima che corpo), sapranno conquistare e impressionare maggiormente gli spettatori.

La volontà è dunque un'ulteriore conferma del talento registico di Cesar Brie e insieme una conferma di tutte le potenzialità del linguaggio teatrale.

LA VOLONTA' - FRAMMENTI PER SIMONE WEIL

drammaturgia e regia
César Brie
con
César Brie e Catia Caramia
scene e costumi: Giancarlo Gentilucci
musiche originali: Pablo Brie
disegno luci: Daniela Vespa
assistenti alla regia: Andrea Bettaglio, Catia Caramia, Vera Dalla Pasqua
consulenza tecnica e macchinistica: Sergio Taddei, Stefano Ronconi, Nevio Semprini, Matteo Fiorini, Gianluca Bolla
foto di scena: Paolo Porto
residenza Teatro Nobelperlapace
produzione: Campo Teatrale / César Brie

Spettacolo vincitore del Bando "I Teatri del Sacro" edizione 2014/2015

Visto a Campo Teatrale, Milano, il 18 ottobre 2015


venerdì 13 febbraio 2015

Eutanasia: Cesar Brie porta sulla scena la difficile questione dell'eutanasia



Orfeo e Euridice: 

Cesar Brie e Eco di Fondo scelgono un mito antico per parlare di eutanasia 

 


di Felice Carlo Ferrara

Nel mito antico, Orfeo, non potendo rassegnarsi alla morte di Euridice, scendeva negli inferi e, con il fascino del suo canto, tentava di riportare in vita l'amata. Oggi Cesar Brie riprende il mito, rovesciando tuttavia il ruolo di Orfeo: il suo eroe, infatti, non deve combattere contro la morte, ma piuttosto invocarla, perché i due protagonisti si ritrovano loro malgrado ad agire in una zona grigia che sospende Euridice in uno stato molto più ambiguo degli inferi, dove non si può parlare né di vita, né di morte. È la realtà del coma, una realtà artificiale, prodotta dai farmaci e dall'accanimento terapeutico operato su individui la cui reale condizione esistenziale è difficile da comprendere. Fin dove può arrivare la medicina senza ledere per questo la dignità dell'uomo? Fino a che punto le cure possono contendere una vita umana al ciclo della natura? Chi stabilisce che una cruda esistenza materiale sia migliore del volo dell'anima nell'Aldilà? Sono tante le domande che si nascondono dietro la parola eutanasia e poche le risposte, perché il campo dell'etica è difficile da definire, specialmente in un'epoca priva di certezze come la nostra.
Nondimeno la sofferenza cui sono costrette molte persone richiede comunque di affrontare una riflessione al riguardo. 



Cesar Brie e la compagnia Eco di fondo si sono unite in una produzione Teatro Presente per rispondere a questa esigenza e hanno creato uno spettacolo che, pur muovendosi su un terreno estremamente rischioso, risulta in verità molto difficile da criticare. Questo grazie alla scelta di accantonare la retorica, per lasciare spazio ad un racconto concreto, dove protagonista non è l'ideologia, ma una coppia di giovani qualunque, che, dalla tranquillità quotidiana, si ritrova catapultata d'un tratto in una realtà terribile, ma purtroppo spesso reale: un incidente travolge la donna e da quel momento termina per lei la vita, senza che possa tuttavia cominciare la morte. Questo per l'intervento dei medici, che sanno sì trattenerla dal baratro, ma non sanno poi sospingerla altrove. Ed è così che la tragedia non può condurre ad alcuna catarsi, perché tutto rimane sospeso, inamovibile, senza alcuna evoluzione per anni, anni, anni.
E non ci sarebbe affatto soluzione, se non si levasse la voce del compagno a pretendere che qualcuno si occupi di quella sofferenza.


Lo spettacolo si schiera coraggiosamente a favore dell'eutanasia. Non lo fa, tuttavia, attuando opinabili semplificazioni, perché, al contrario, lascia spazio alle motivazioni e ai pareri di entrambe le parti e non cade mai nella tentazione di demonizzare alcuna presa di posizione. Non solo. Il testo ha l'intelligenza di trattare la sofferenza non come protagonista del dramma, ma piuttosto come antagonista dell'amore e della felicità della coppia e forse proprio questa scelta è il segreto di uno spettacolo che trova subito una profonda empatia nello spettatore, riuscendo sin dalle prime scene estremamente toccante.
A ciò si aggiunge l'interpretazione intensa e molto partecipata dei due bravissimi interpreti: Giacomo Ferraù e Giulia Viana, capaci di affrontare con molta credibilità anche le scene più dure.


Da un punto di vista strettamente teatrale, infine, merita una lode particolare la regia dello spettacolo, per il grande equilibrio raggiunto nel mettere insieme dati scientifici, dramma umano e pura narrazione e, soprattutto, per la perfetta sintesi ottenuta nel linguaggio teatrale. Ogni momento del dramma sa offrire allo spettatore un'immagine metaforica elegante, poetica ed efficace, immagini rese con l'uso di pochi oggetti o semplici gesti, che, accompagnati da un giusto uso delle musiche e delle luci, e sostenute dall'abile lavoro attorale, trovano infine una grande potenza comunicativa.
In definitiva uno degli spettacoli più belli attualmente in circolazione. Sicuramente consigliato.




Orfeo ed Euridice
testo e regia César Brie
costumi Anna Cavaliere
musiche Pietro Traldi
con Giacomo Ferraù e Giulia Viana
disegno luci Sergio Taddo Taddei
produzione Teatro Presente / Eco di fondo
SELEZIONE INBOX 2014

Visto il 10 febbraio 2015 presso il Teatro Elfo Puccini di Milano

venerdì 6 febbraio 2015

Ero, il nuovo spettacolo di Cesar Brie



"Ero": Cesar Brie racconta se stesso


di Felice Carlo Ferrara


Dopo una inesausta ricerca teatrale condotta per anni, ora accostandosi a grandi classici della letteratura, ora affrontando scottanti tragedie della nostra attualità, ora analizzando gravi mali sociali, Cesar Brie con il nuovo spettacolo Ero sposta lo sguardo su se stesso, per affrontare la realtà della propria maturità e tentare un bilancio della propria vita, se non addirittura un autoritratto che restituisca parte della sua identità.
Il regista disegna quindi sulla scena una grande x, al cui centro mette se stesso, uomo e attore, e sulla cui periferia fa invece riemergere le figure dai cui incroci è derivata dapprima la sua nascita e quindi la sua esistenza, con le sue scelte e le sue caratteristiche peculiari. A ognuno di questi fantasmi è concesso un tempo breve, secondo un linguaggio sintetico che abbozza i protagonisti con pochi segni e poche parole e fermando solo quei momenti che si sono fissati maggiormente nella memoria. Così della figura paterna ascoltiamo soprattutto il silenzio con cui esprimeva la propria riservatezza, scopriamo la passione per i libri, forse l'eredità maggiore lasciata al figlio, e d'un tratto la confessione dell'amore per la famiglia strappata durante un evento temibile che, paradossalmente, si muta in uno dei momenti più teneri e necessari, prima che la morte lo spazzi via.
Ancora si susseguono la madre, la sua anaffettività e la depressione che la allontana dai figli, quindi la nonna, l'orgoglio per la sua bellezza e l'ironia sulla sua vanità, i fratelli, le sorelle, i primi baci e, naturalmente il teatro. E proseguendo in questo viaggio fatto di ricordi, l'io si allontana man mano dalla cerchia familiare per confrontarsi col mondo esterno. Lo sguardo, dunque, si allarga e Cesar Brie supera i limiti di un racconto intimistico, restituendoci anche efficaci finestre sulla nostra realtà in cui si affacciano gustose caratterizzazioni che fotografano lo snobismo delle classi sociali più alte o la meschinità della nostra politica.


Il percorso tracciato dal regista argentino non è tuttavia lineare, ma piuttosto circolare, come spesso accade alle parabole delle nostre esistenze: così alla spinta per l'emancipazione, data forse dalla delusione degli affetti familiari, segue una rinnovata delusione per la vita artistica, dura e solitaria quando viene a mancare una rete solidale tra società, politica e artisti, e quindi una rivalutazione della sfera affettiva. In questo cammino a spirale, forse l'unico perno stabile è l'io bambino, quello da cui si tenta di fuggire per realizzare il sé adulto, ma che spesso si rimpiange e che probabilmente racchiude il segreto della nostra reale identità.
Come sempre Cesar Brie realizza uno spettacolo ben equilibrato, in cui ogni momento drammatico si controbilancia con improvvisi slanci di ilare vitalità e dove l'uso intelligente dell'ironia trova il modo giusto per realizzare i necessari trapassi da una atmosfera all'altra. Così anche nel linguaggio teatrale, si ritrova la consueta sapienza del regista argentino per cui la parola, l'immagine e l'interpretazione non si scavalcano mai tra loro, ma, al contrario, concorrono per realizzare al meglio e nel modo più completo il momento scenico.

Ero
scritto, diretto e interpretato da Cesar Brie
scene e costumi: Giancarlo Gentilucci
musiche: Pablo Brie
disegno luci: Daniela Vespa
burattino di Tiziano Fario
assistenza: Marco Rizzo, Tiziana Irti, Claudia Ciuffreda
residenza: Teatro Nobelperlapace
produzione: Arti e Spettacolo, Cesar Brie. 
In collaborazione con Teatro Stabile d'Abruzzo

Visto presso Campo Teatrale di Milano