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lunedì 17 ottobre 2016

A passo d'uomo 1.0 studio per geografie umane



Riscoprirsi procedendo a passo d'uomo

recensione di Felice Ferrara
 


In un mondo dove l'azione intensa e continua dei mass media e della tecnologia ci immettono sempre più in uno spazio dilatato, portandoci immagini, parole, usi e costumi da tutto il mondo, trasportandoci in un attimo da un continente all'altro, ora con una notizia su una qualche guerra, ora con un video di qualche posto lontano, cosa significa procedere invece a passo d'uomo? Significa anzitutto fermarsi e riportare lo sguardo su di noi e su ciò che abbiamo vicino. E significa porsi una domanda: a chi e a che cosa apparteniamo veramente? La cosa sorprendente è che difficilmente troveremo una risposta. Se le innovazioni nei trasporti e nelle comunicazioni ci hanno fatto conquistare uno sguardo sulle realtà più distanti, abbiamo nello stesso tempo perso la capacità di procedere a passo d'uomo, ovvero a quella andatura che dovrebbe esserci propria, e spesso la possibilità di integrarci con quello che abbiamo intorno costruendoci una nostra specifica identità, al di là di ciò che rimbomba nei media.
Alla luce di questa riflessione appare dunque urgente e necessario il progetto sviluppato da Campo Teatrale con il contributo della Fondazione Cariplo, una ricerca condotta nell'arco di un biennio tramite incontri, interviste, laboratori di aggregazione tra persone e raccolta di storie e racconti volti a restituire a chi abita il quartiere Casoretto di Milano un volto e un'immagine condivisa. Una sorta di azione controcorrente per tentare di recuperare l'idea di vita in un ambiente comune dove sia ancora possibile creare legami e trovare una ragione di condivisione. 

 
Questo intenso lavoro condotto da Caterina Scalenghe e Lia Gallo ha portato alla stesura di vari monologhi affidati all'interpretazione della brava ed intensa Livia Bonetti e portati in scena nei luoghi del quartiere, bar, botteghe e negozi, rispolverando storie e ricordi di chi ha vissuto il Casoretto e consegnandoli così a una consapevolezza collettiva che possa ricementare un senso di appartenenza comune.
La tappa finale di questo percorso ha trovato posto nel teatro di Campo Teatrale, ancora un luogo del quartiere, con uno spettacolo che tenta una sintesi del lavoro svolto e insieme una riflessione più generale sulla realtà attuale, allargando il discorso dal quartiere di Casoretto ad ogni quartiere di ogni città.

In scena tre angeli che sembrano aver perso il loro candore, forse perché sporcati dal cinismo della metropoli che abitano o forse perché non più tanto certi dell'importanza della loro funzione: custodire la memoria di ogni gesto e ogni parola di chi vive e ha vissuto quei luoghi, una memoria dalla voce sempre più flebile o sempre più inascoltata nella mente delle persone. Tre personaggi dunque resi fragili da un tempo che passa e sembra portare più deterioramento che rinnovamento, e spargere più bruttura che bellezza, per ricreare una realtà ormai difficile da comprendere. I quartieri si popolano infatti di parole e comportamenti che poco hanno a che fare con l'identità del passato e chi arriva non cerca una integrazione, non ascolta e non si sofferma su nulla, ma porta avanti la propria vita con una certa indifferenza verso ciò che lo ha preceduto e verso che ciò che potrebbe trovare vicino.
Colpisce in scena l'idea di rendere invisibile il concreto, ovvero la città e le persone del quartiere, e viceversa visibile l'invisibile, ovvero la memoria custodita dai tre angeli, con la splendida immagine delle gocce d'acqua che cadono lentamente in una pozza da cui attingono i tre personaggi, sempre intenti a travasare questi ricordi e queste parole liquide da un vasetto all'altro, con un lavoro continuo che rende la difficoltà dell'impresa. E ancora funziona l'incastro di tre personaggi che, pur svolgendo lo stesso compito, si differenziano nettamente tra loro, con un angelo più mite e comprensivo, ancora capace di uno sguardo positivo, uno al contrario esasperato e riottoso, e infine uno taciturno e riflessivo che si esprime solo attraverso la sua musica.
A questo si alternano momenti di proiezioni di filmati e interviste.
A passo d'uomo è dunque uno spettacolo dal testo poetico e ben interpretato, dotato di immagini suggestive e capace di porre quesiti semplici ma fortemente necessari.

 A PASSO D'UOMO 1.0
STUDIO PER GEOGRAFIE UMANE 



Regia Caterina Scalenghe
Drammaturgia Collettiva
Con Lia Gallo, Livia Bonetti
Musica dal vivo Orazio Attanasio
Videoproiezioni Michele Ciardulli
Foto Gaia Mattioli
Un grazie particolare a Gianluigi Gherzi
Produzione Campo Teatrale
Con il contributo di Fondazione Cariplo


 Visto a Milano presso Campo Teatrale l'8 ottobre 2016

giovedì 2 giugno 2016

La Sirenetta, Eco di fondo alla ricerca delle identità sommerse



Eco di Fondo rilegge la Sirenetta


recensione di Felice Carlo Ferrara

Dopo un lungo percorso creativo, cominciato nell’estate del 2015 e con una prima tappa raggiunta in autunno, con la presentazione di 20 minuti in occasione di Next – laboratorio delle idee, il nuovo lavoro della compagnia Eco di Fondo, coprodotto con Campo Teatrale e diretto da Giacomo Ferraù, ha infine debuttato, registrando un ottimo riscontro di pubblico.
Con La sirenetta, la compagnia, già da tempo orientata su temi urgenti come l’eutanasia (Orfeo e Euridice) e l’emigrazione (Verso Oz), ci parla di omosessualità, o meglio del sentirsi omosessuali in un universo omofobo, concentrandosi in particolare sui destini più tragici, su quelle vittime che sono arrivate a vedere nel suicidio l’unico rimedio possibile al proprio dolore. Non lo fa in termini espliciti ed immediati, ma tramite un gioco metaforico, che trova ispirazione nella celebre eroina di Andersen, la sirena innamorata di un uomo, ma destinata alla solitudine per una coda di pesce che la rende diversa dagli altri esseri umani. Proprio il riferimento alla fiaba permette al tema di allargarsi al più grande campo della diversità, acquisendo un tono universale e toccando così il cuore di ognuno. Giova inoltre la scelta di non concentrarsi tanto sulle ideologie, ma di mostrare piuttosto il dolore vissuto da chi si sente diverso dagli altri e si vede così escluso dalla condivisione con le persone più prossime, a partire dagli stessi componenti della propria famiglia. Basta infatti un assaggio di questa sofferenza per sentirsi più aperti alla solidarietà e alla compassione, sentimenti che potrebbero legarci al di là di ogni differenza. Quanto inutile appare l’aggressione omofoba, quando l’esistenza di chi si vede segnato come diverso, appare già così spietata!
In parallelo alla storia della sirena, inoltre, Eco di Fondo sviluppa una storia d’amore scherzosamente fuori dagli schemi con un Ken che, in barba alla preconfezionata relazione con Barbie per la quale sarebbe stato fabbricato, finisce per innamorarsi di un orsacchiotto di pezza, generando così nella società dei giocattoli ogni sorta di reazione, dallo smarrimento, al panico, dal disgusto, allo sdegno, in una sorta di esilarante parodia (resa con brillantezza da un formidabile Riccardo Buffonini) di certi sterili dibattiti che si consumano spesso sul tema. Ed anche questa piccola storia, pur nei suoi toni grotteschi, contribuisce all’atmosfera amara dello spettacolo, chiudendosi con un Ken, che, messo alle strette, decide infine di rinunciare ai suoi sentimenti più autentici per ritornare al suo ruolo prestabilito, abbandonando così un costernato orsetto.
Sarebbero sufficienti queste considerazioni per apprezzare lo spettacolo, ma all’efficacia e alla bontà dei messaggi veicolati, si aggiungono capacità interpretative non comuni, una grande sensibilità nella scrittura scenica e infine una regia capace di incantare e di emozionare in ogni momento. Notevole l’uso delle sagome per la prima parte, utile non solo ai fini narrativi (un gioco d’ombre permette di dilatare la dimensione dei genitori rispetto al bambino), ma anche per dare un’impronta nostalgica a tutto il racconto. Sorprendente la resa dell’ambiente marino tramite semplici mezzi e di grande significato l’immagine dei sirenetti dai volti coperti, costretti a celare la propria sessualità, e, quindi, la propria identità. E di grande impatto, infine, la scena dalla strega del mare, in cui la rinuncia della propria voce, ovvero della verità sui propri sentimenti, è rappresentata come una violenza drammatica sulla propria persona.
Uno spettacolo poetico, emozionante e fortemente consigliato, che sarà possibile recuperare presto al teatro Elfo Puccini di Milano.



LA SIRENETTA
Eco di fondo
regia Giacomo Ferraù
con la collaborazione registica di Arturo Cirillo
drammaturgia Giacomo Ferraù e Giulia Viana
con Riccardo Buffonini, Giacomo Ferraù, Libero Stelluti, Giulia Viana
assistenti alla regia Piera Mungiguerra e Simon Waldvogel
disegno luci Giuliano Almerighi
coordinamento coreografico Riccardo Olivier
organizzazione Elisa Binda
produzione Eco di fondo in coproduzione con Campo Teatrale
con la collaborazione di LAB121
ringraziamenti Francesca Angelicchio, Marcela Serli e Daniele Sala

visto a Milano presso Campo Teatrale il 28 maggio 2016 

martedì 15 marzo 2016

Qu4ttro. Il gioco delle amicizie in scena

Qu4ttro. Campo Teatrale porta in scena il gioco dell'amicizia.

recensione di Felice Carlo Ferrara





Quattro persone, legate in passato da una forte amicizia, si ritrovano dopo molti anni, allarmate dallo stato di salute di uno di loro; questo, dopo un misterioso incidente, accusa una perdita della memoria più recente, ritrovandosi così a vivere come fossero ancora gli anni della loro giovinezza. Il gruppo decide di sottostare al gioco, rispolverando ricordi e ricostruendo relazioni che andavano ormai indebolendosi, e riportando infine alla luce anche quanto che si preferiva dimenticare…



Gli anni giovanili sono spesso caratterizzati dai rapporti di amicizia e dalla vita di gruppo. Cosa ne è di queste relazioni nel tempo?
Lo scorrere degli anni porta cambiamenti, le identità individuali maturano a scapito delle dinamiche di gruppo e si creano distanze spaziali che si mutano facilmente in distanze affettive. I legami, inevitabilmente, si allentano.
La nuova produzione di Campo Teatrale analizza questi temi, focalizzandosi in particolare sul concetto chiave di regola. Le regole sono le basi di ogni gioco di società e, in generale, i principi che tengono unito ogni gruppo. Ecco dunque una compagnia di amici descritta come un meccanismo regolato da norme precise e determinate. Regole stabilite per la sussistenza stessa della collettività, regole per cementare i membri in un gruppo che si vorrebbe solido e immutabile.
Le persone, tuttavia, non sono poi così paragonabili alle pedine di un gioco, fisse e sempre uguali a se stesse. Il cambiamento è un elemento imprescindibile dell’uomo. Ecco quindi che quelle regole, se troppo rigide, possono danneggiare la maturazione dell'individuo fino a condurre ad una drammatica degenerazione.



Qu4ttro è uno spettacolo costruito su un crescendo drammatico particolarmente riuscito, in cui ogni personaggio risulta perfettamente incastrato in un meccanismo lucido e ben ragionato.
Pregio maggiore del lavoro è certamente la regia. Dopo l’elaborato La mia bara compratela all’Ikea, la compagnia Campo Teatrale mostra ancora la sua vocazione alla sperimentazione sul linguaggio, con uno spettacolo estremamente ricco di immagini e soluzioni visive spesso sorprendenti.
Quattro è infatti un lavoro tutto impostato sulla ricerca visiva, basato su una interazione degli attori sempre diversa con gli elementi della scena –assi, architravi e cubi di legno dall’estetica molto algida- e con un uso delle luci estremamente espressivo e ricercato. Ne risulta una successione di quadri suggestivi e dal sapore onirico, capaci di incorniciare in una atmosfera sospesa ed evocativa anche dialoghi dal sapore quotidiano.
Regia dunque molto lodevole, ottimo disegno luci e interpretazioni sincere.
Consigliato.



Qu4ttro
regia Donato Nubile, Marco Colombo Bolla
drammaturgia Tobia Rossi, Donato Nubile, Marco Colombo Bolla
con Donato Nubile, Lara Tomasi, Marco Colombo Bolla, Marta Annoni
scene Lucia Rho e Luca Negri
produzione Campo Teatrale

Visto il 12/3/2016 presso Campo Teatrale di Milano.

lunedì 4 gennaio 2016

Come l'acqua da un bicchiere rotto


Quando Orfeo non trova che il suo riflesso

recensione di Felice Carlo Ferrara




Un protagonista scisso in due uomini fermo in un Aldilà desolato come una soffitta in cui vivono solo ricordi accumulati in modo caotico. Una sorta di Orfeo deciso a ritrovare la sua Euridice, ma privato di risposte, abbandonato in uno spazio e in una dimensione che non riesce a comprendere e in cui non trova che i propri pensieri e un altro se stesso, una sorta di riflesso uscito da uno specchio. Ma quello che vorrebbe fosse l’Aldilà e in cui vorrebbe ritrovare lo spirito della propria ragazza, deceduta da anni in un incidente stradale, non si dimostra che un luogo mentale, un ampliamento abnorme dell’ossessione per la perdita dell’amata, un’ossessione che lo ha ormai ingabbiato e da cui fatica ad uscire.
Così della donna non si riaffacciano che vecchi ricordi, semplici oggetti e una voce registrata e risentita, si intuisce, mille e mille volte senza che da essa scaturisca nulla di realmente concreto. Tutto rimane fermo nella mente dell’uomo e non ci sono feritoie verso l’esterno, tanto da far dubitare che esista realmente un esterno, un “altro da sé”.
Non si riflette sul dolore, perché la ferita è ormai vecchia, ma piuttosto sulla volontà di venire a patti con una realtà che sembra insensata e la scelta di lasciare andare quel che rimane di un amore interrotto troppo presto, a dispetto che tutto sembri assurdo, insensato e crudele.
Per vivere bisogna accettare tutto quello che la vita impone, compresa quella che può spesso apparire come un terribile illogicità.



Per quanto sia inevitabile pensare al mito greco, lo spunto è dato da una storia vera, offerta alla scena da Ferdinando Cotugno, qui drammaturgo. Non si raccontano tuttavia che sprazzi di ricordi in un certo senso molto comuni, perché ciò che conta è piuttosto l’atmosfera che si tenta di ricreare: una dimensione surreale in cui desideri, passioni e sentimenti del protagonista acquistano un aspetto onirico e appaiono tanto suggestivi quanto sfuggenti, come l’immagine ricorrente dello squalo balena che apre e chiude in modo quasi monumentale lo spettacolo, e che forse deve ispirare in noi l’idea di qualcosa di immenso, vivo e affascinante, che tuttavia rimarrà per sempre sommerso e lontano dalle nostre coscienze.

“Come l’acqua da un bicchiere rotto” è uno spettacolo dalla scrittura complessa e portato sulla scena da una regia attenta e molto creativa, che sa inanellare una lunga serie di immagini suggestive e piuttosto efficaci. Si nota inoltre la cura e la dedizione con cui tutto il gruppo ha costruito lo spettacolo, dagli interpreti, gli ottimi Marco Ripoldi e Libero Stelluti, capaci di toni delicati e di una ironia sempre ben bilanciata, fino al disegno luci molto articolato e davvero lodevole. 



Come l'acqua da un bicchiere rotto
Interpreti Marco Ripoldi - Libero Stelluti
regia Piera Mungiguerra
testo Ferdinando Cotugno – Piera Mungiguerra
consulenza drammaturgia Luca Franzoni
prodotto in collaborazione con Campo Teatrale

Visto a Milano presso Campo Teatrale, il 27 novembre 2015

giovedì 22 ottobre 2015

Cesar Brie per i Teatri del Sacro



La volontà: Cesar Brie

vicino a Simone Weil

 recensione di Felice Carlo Ferrara




La volontà, vincitore del bando Teatri del sacro, è uno spettacolo che mette in scena non tanto un racconto di azioni, quanto pensieri e riflessioni. Sono i pensieri di Simone Weil, filosofa e mistica nata a Parigi nel 1909, morta a soli 34 anni e nota soprattutto grazie all'impegno editoriale di Albert Camus che ne promosse le opere dopo la morte.
Il soggetto può sembrare azzardato per la scena, ma Cesar Brie parte da un'idea suggestiva. Dare un corpo, il proprio, alle misteriose iniziali C.M., che segnano in modo enigmatico la lapide di Simone Weil. In particolare Brie immagina si tratti di un infermiere che abbia vigilato su di lei negli ultimi giorni. Non gli interessa, però, comporre un ritratto dell'uomo, ma ama forse solo l'idea di potersi vedere in compagnia della scrittrice. È un modo per proiettarsi più intimamente nella vita della donna, calzando i panni di qualcuno che forse non ebbe alcuna importanza nell'esistenza della filosofa. O forse sì.
Se si pensa che proprio quell'uomo deve essere stato l'unico testimone della sua morte, di una morte attesissima, di una morte che era per la donna il passaggio fondamentale da un mondo ingannevole, impietoso e brutale, alla verità amata, invocata, desiderata, allora potremmo cambiare il nostro punto di vista e condividere la scelta di Cesar. Forse quella persona ha invece assistito agli istanti più importanti vissuti dalla donna. Vale quindi la pena soffermarsi su di lui e immedesimarsi in lui per cercare di ascoltare nel modo migliore la voce di Simone Weil.

 Catia Caramia nei panni di Simone Weil in scena con Cesar Brie

Significativamente, dunque, Cesar Brie comincia lo spettacolo raccontando non la nascita, ma la morte della donna, come fosse questo momento ad aprire realmente gli occhi della donna e a far germinare il suo pensiero. E i versi incisi sulla lapide pongono subito l'attenzione sulla parola "dolore". Simone Weil non pretese mai la felicità in un mondo che, in quanto materiale, era, a suo parere, per sua stessa natura sottrazione di Dio e quindi di gioia. Scelse invece come unica via di vita autentica la condivisione del dolore degli altri, ed ebbe il coraggio di immergersi nelle realtà più crudeli del suo tempo, sperimentando su di sè prima il lavoro in fabbrica e poi l'orrore della guerra vissuta sul fronte. Per questo il suo pensiero rimane ancora oggi fortemente attuale: perché non costruito esclusivamente con le ideologie astratte dell'epoca, ma nutrito di esperienza reale. Come elogiare allora il lavoro operaio, dopo avere assaporato tutta l'alienazione che di fatto richiede? E come credere ancora nella bontà delle istituzioni politiche, dopo aver subito su di sé l'umiliazione di chi deve sottomettersi a poteri forti, indifferenti alle esigenze degli uomini semplici?



Cesar ci racconta tutto questo, illustrando piccoli squarci della vita della donna e scegliendo brani estratti da tutte le sue opere principali, spaziando così dalla filosofia politica, all'etica, fino alla mistica. A questo aggiunge poi il suo sguardo umano, ed ecco che la Weil ci può apparire in scena non solo nella sua statura di eroina, ma anche nei suoi aspetti più buffi o più goffi. Perché il coraggio non si associa sempre  a una grandezza fisica, e anzi spicca proprio su chi invece ha poca forza su cui contare.



Il pregio maggiore dello spettacolo è quello di evitare sapientemente il tono didascalico. Il rischio era fortissimo, dovendo confrontarsi con brani di natura filosofica, ma Cesar Brie sa ovviare al problema, riportando le parole della Weil a quella forte passionalità da cui sono nati e dando uno spessore emozionale alle idee. Si susseguono quindi scene di grande impatto, costruite con immagini forti e originali, che sanno stigmatizzare il pensiero della donna.

E proprio queste immagini dal grande potere evocativo, a volte ottenute con grande semplicità (basta un muro e dei segni tracciati col gesso per illustrare la violenza della guerra o della dittatura comunista), a volte con una vena acrobatica (i due attori appesi ad un gancio possono rendere ora l'impotenza di un corpo battuto da una forza più grande, ora la leggerezza di una Simone più anima che corpo), sapranno conquistare e impressionare maggiormente gli spettatori.

La volontà è dunque un'ulteriore conferma del talento registico di Cesar Brie e insieme una conferma di tutte le potenzialità del linguaggio teatrale.

LA VOLONTA' - FRAMMENTI PER SIMONE WEIL

drammaturgia e regia
César Brie
con
César Brie e Catia Caramia
scene e costumi: Giancarlo Gentilucci
musiche originali: Pablo Brie
disegno luci: Daniela Vespa
assistenti alla regia: Andrea Bettaglio, Catia Caramia, Vera Dalla Pasqua
consulenza tecnica e macchinistica: Sergio Taddei, Stefano Ronconi, Nevio Semprini, Matteo Fiorini, Gianluca Bolla
foto di scena: Paolo Porto
residenza Teatro Nobelperlapace
produzione: Campo Teatrale / César Brie

Spettacolo vincitore del Bando "I Teatri del Sacro" edizione 2014/2015

Visto a Campo Teatrale, Milano, il 18 ottobre 2015


lunedì 16 febbraio 2015

Supereroi del passato: crescere senza superpoteri



SUPEREROI DEL PASSATO:

crescere senza superpoteri

 di Felice Carlo Ferrara



Gregorio è un ragazzino come molti, sottoposto ai doveri della vita quotidiana - lavarsi, studiare, ubbidire, andare a scuola... - ma armato, allo stesso tempo, di mille giocattoli per liberarsi con la fantasia di tutte le frustrazioni e immaginare per un momento di essere un supereroe!
Un uomo come Superman, uno che con la forza può farla da padrone, anziché subire da tutti scherzi o maltrattamenti. Perché anche la vita di un bambino ha i suoi momenti difficili, specie se a scuola si deve convivere con qualche compagno prepotente e un po' gradasso. 



Oppure uno come Ironman o Spiderman o Hulk... Insomma, chiunque abbia superpoteri, perché con quelli sarebbe certo più facile risolvere tutti i problemi. Peccato, però, che quei poteri non possano durare che il tempo del gioco. Basta un rimprovero della mamma per vedere svanire il sogno e riscoprirsi in un attimo piccoli piccoli.
Siamo allora destinati a rimanere tristi e mediocri? Tutt'altro! Bisogna solo trovare in se stessi i poteri giusti! Non quelli dei fumetti, ma quelli che spesso sono tanto nascosti in noi da rimanere invisibili! E dire che sono forse i più grandi doni che la vita ci abbia dato: fiducia in se stessi, impegno, costanza, esercizio e coraggio! Tutte cose che conoscevano bene certi uomini o donne antiche sepolti ormai nella sebbia del tempo. Proprio loro animano una notte i sogni di Gregorio: Ramses, che sin da ragazzino si faceva onore grazie alla sua abilità in combattimento, Ipazia, capace con lo studio e l'applicazione di introdurre idee astronomiche innovative, Giovanna d'Arco, celebre per il coraggio e la forza che la fede le ispirava, o Magellano, spinto dalla curiosità ad esplorare le terre più sconosciute. E così tanti altri, tutti grandiosi nelle loro vite intense e straordinarie, eppure nessuno dotato di poteri sovraumani e nessuno di dimensioni gigantesche! Sono i super eroi del passato, quelli che la Storia tramanda per ricordarci cosa ognuno di noi potrebbe fare, se solo alimentasse il coraggio e la passione e si applicasse senza esitazione per raggiungere i propri scopi.
E così con questo insegnamento Gregorio sarà pronto a rivoluzionare la propria vita. Perché il gioco deve essere sì fantasia, ma anche uno strumento che ci aiuti poi ad affrontare la realtà in modo creativo, e non una bolla per separarsi da tutto ciò che non vogliamo affrontare.


Supereroi del passato è uno spettacolo estremamente attuale, capace di cogliere con le sue tematiche questioni di fatto urgenti e purtroppo spesso ignorate. I numerosi spunti pedagoci sono, peraltro, sviluppati con leggerezza e ironia da una regia che sceglie sempre uno sguardo divertito sul bambino e un tono spensierato.
Ne risulta uno spettacolo intelligente e sempre godibile, capace di tenere viva l'attenzione dei bambini di tutte le età. Questo anche grazie alla forza scenica e all'abile gioco di caratterizzazioni dei due giovani e bravi interpreti: Cesare Frignati e Lara Tomasi, a cui la regia non concede certo di risparmiarsi!



Supereroi del passato
regia: Caterina Scalenghe
assistente alla regia: Nino Faranna
con Lara Tomasi e Cesare Frignati
musiche originali: Budavari: Alessandro Re (Tastiera, Sax, Chitarra); Giacomo Servi (Sintetizzatore, Basso); Andrea Todisco (Chitarra); Elia Zenoni (Batteria, Glockenspiel)
produzione: Campo Teatrale

visto il 15 febbraio 2015 a Campo Teatrale, Milano