martedì 16 febbraio 2016

Don Chisciotte - commedia pop



Al Verdi un Don Chisciotte con tanta anima

 recensione di Felice Carlo Ferrara


In una trattoria una cameriera e due ragazzi in blu jeans ascoltano distrattamente la radiocronaca dello storico sbarco sulla luna. Siamo dunque nell'estate del 1969, eppure proprio in questa scena irrompono Don Chisciotte e Sancio Panza nel loro aspetto più tradizionale, quasi sbalzassero direttamente dalle illustrazioni di una vecchia edizione polverosa. Con questo eclatante effetto anacronistico lo spettacolo di Emilio Russo sin dall'inizio rende al pubblico il nodo forse più cruciale del capolavoro di Cervantes. La caratterista principale del suo protagonista è infatti quella di arrivare in netto ritardo rispetto ai tempi e di alimentarsi di ideali tramontati da secoli e vividi ormai solo nel cuore nostalgico di alcuni poeti. I grandi valori della civiltà cortese, la lealtà, la generosità, e la devozione per la donna amata suonano ormai ridicoli in una società cinica e disincantata come quella della Spagna del 600 e come la nostra, dove a guidarci sono solo la fame, il sesso, il denaro, e, in definitiva, i bisogni primari. Non c'è più spazio per lo spirito, perché non si crede più che alla materia, a quanto si può concretamente vedere e toccare. E ai nostri occhi Don Chisciotte non è che un uomo anziano e malconcio, ben lontano dalla forza e dalla bellezza degli antichi cavalieri. E del resto quale uomo avrebbe davvero le qualità iperboliche di un Orlando? Come non ridere allora del pretenzioso slancio di un semplice uomo verso grandi imprese e della sua ferma fiducia in una futura gloria?



E, tuttavia, sotto gli sghignazzamenti per il misero antieroe, continua a scorrere la radiocronaca dell'allunaggio. Lo sbarco sul nostro pallido satellite non riecheggia forse una delle imprese cavalleresche più famose? Se il nostro sguardo è rivolto sempre verso la terra e la sua polvere, ciò non vuol dire che qualcuno talvolta non sollevi lo sguardo verso il cielo per dimostrarci che è possibile superare i propri limiti. E’ allora che le nostre prospettive dovrebbero capovolgersi. Forse il sogno di una maggiore grandezza per l’umanità non è così folle; forse la vera follia dell’uomo è la rinuncia ad una dignità superiore.
Don Chisciotte, pur uscendo sempre sconfitto nell’inevitabile scontro tra il sogno e la realtà, acquista in realtà passo dopo passo una statura sempre maggiore ai nostri occhi, e questo perché ciò che riesce a vedere con la profondità del suo cuore ha certo un fascino e una bellezza che la nostra visione cinica e materialistica non avrà mai.  
Così si comprende infine che la lezione di Cervantes non consiste tanto in una parodia del mondo cavalleresco e dei suoi miti, quanto in una critica amara e dura verso una visione della realtà troppo concreta e disincantata.
La chiamata di Don Chisciotte alle gesta eroiche non è il grido di un folle ma una incitazione a credere realmente nella grandezza dell'uomo.



Non è facile portare sulla scena grandi capolavori della letteratura. Emilio Russo, tuttavia, rielabora il testo con intelligenza e consapevolezza, e conduce lo spettacolo nella giusta direzione, arrivando infine a farci assaggiare il cuore dell’opera, dandoci materia di riflessione e, nello stesso tempo, divertendo e poi emozionando il pubblico. Ad intervallare ogni scena un trio di talentuosi cantanti e musicisti: Helena Hellwig, Enrico Ballardini e Riccardo Dell’Orfano.
Vera forza dello spettacolo, tuttavia, sono i due protagonisti: Alarico Salaroli e Marco Balbi, perfettamente calati nei rispettivi ruoli di Don Chisciotte e Sancio Panza. I due bravissimi attori non solo hanno quell’istrionismo carismatico capace di entusiasmare e trascinare ogni spettatore, ma anche quella profondità d’animo indispensabile per dare vero spessore a due grandi personaggi come quelli ritratti da Cervantes. Nei loro sguardi e nelle loro parole possono convivere folle euforia e triste malinconia, duro sarcasmo e affettuosa ammirazione, comicità e tragedia, satira distruttiva e poesia alta e carica di dignità. Tutte le grandi contraddizioni necessarie per dare ad una interpretazione tanta anima.
Consigliatissimo.




DON CHISCIOTTE - OPERA POP
da Miguel De Cervantes; 
con Alarico Salaroli, Marco Balbi e Helena Hellwig, Enrico Ballardini, Riccardo Dell'Orfano; 
musiche Alessandro Nidi; 
costumi: Pamela Aicardi
regia e drammaturgia Emilio Russo
Produzione Tieffe Teatro Milano



Visto al Teatro Verdi di Milano l'11 febbraio 2016

mercoledì 10 febbraio 2016

Gigio Brunello porta la sua Trilogia al Verdi di Milano



Gigio Brunello per If Festival
TRILOGIA TEATRO SOPRA LA CITTA’




Gigio Brunello ritorna al Teatro Verdi per la nona edizione di If Festival dopo il successo di Macbeth all’improvviso del novembre 2010. Tre serate consecutive presentano una trilogia su Mestre, «una trilogia sulla città che cambia nel tempo» composta dagli spettacoli Vite senza fine del 2007 – Teste calde del 2011 e Lumi dall’alto del 2013, nati da una collaborazione con Gyula Molnar.
In Vite senza fine l’accento è posto sul mondo operaio e sul lavoro pratico, Teste calde prende spunto da due episodi della Mestre risorgimentale e Lumi dall’alto fa rivivere la storia della comunità albanese di Mestre.
Un percorso artistico di ricostruzione della memoria cittadina attraverso una straordinaria potenza poetica ed evocativa, raccontato con il fascino insolito e innovativo del teatro di figura.
Un cammino autonomo e autorevole quello del burattinaio veneto Brunello all’interno del teatro di figura italiano che lo ha portato ad allontanarsi dagli stereotipi del teatro dei burattini per conferirgli una forte umanità; sul palcoscenico  interagisce, convive e colloquia con i protagonisti, piccole statuine da lui stesso scolpite che a loro volta amano, soffrono, si meravigliano … vivono!        

«Nel 2007 mi venne chiesto dal Comune di Venezia uno spettacolo sul mondo operaio nel territorio", racconta Gigio Brunello, "Pensai di scrivere una storia che avesse al centro  il lavoro pratico, il sapere analogico antecedente e opposto al digitale, un mondo nel quale il lavoro significava ‘mani’ e la risoluzione di un problema significava smontare-aggiustare-rimontare. Io sono cresciuto in un quartiere operaio a ridosso di Porto Marghera e mio padre era un operaio che  sapeva - se necessario - aggiustare anche le ali alle mosche. Così scrissi Vite senza fine.         
Poi, in occasione dei centocinquantanni dell’Unità d’Italia ho voluto rivedere quei luoghi com’erano all’epoca del Risorgimento, prima delle fabbriche e della grande trasformazione novecentesca. Così ho scritto uno spettacolo -Teste calde - non su Porto Marghera ma su Forte Marghera con i patrioti volontari giunti da tutta Europa a difendere la Repubblica del 1848 tra i canali e le barene del mestrino.          
Infine nel 2013 mi è stato chiaro che quello era un percorso che stavo facendo, mancava la descrizione della Mestre di oggi, quella dei migranti e delle tante lingue. Così avrei realizzato una trilogia sulla città che cambia nel tempo. E’ nato Lumi dall’alto.»



Gli spettacoli andranno in scena al Verdi di Milano per tre giorni consecutivi:  
18 febbraio  - VITE SENZA FINE. Storie operaie del novecento  
19 febbraio -  TESTE CALDE. Storie della sortita        
20 febbraio -  LUMI DALL’ALTO. Corse clandestine in città


VITE SENZA FINE. Storie operaie del novecento
Di Gigio Brunello e Gyula Molnar
In scena Gigio Brunello - Sculture di Gigio Brunello
Scenofonia di Lorenzo Brutti
Musiche originali di Gigio Brunello eseguite da David Boato (tromba), Rosa Brunello (contrabbasso) e Marco Ponchiroli (pianoforte)

Sopra un lungo tavolo, simile a quelli delle feste popolari, è immaginato un quartiere operaio di Mestre. Ci sono le case, la chiesa, il filare di pioppi e gli abitanti che appaiono come statuine di un presepio laico. La tovaglia di carta è il piazzale asfaltato e allo stesso tempo lo schermo del cinema all’aperto, ma anche un gran foglio di quaderno disseminato di calcoli, scarabocchi e schizzi preparatori.           
E questo perché l’anima di tutte le storie dello spettacolo è la meccanica, la curiosità che riempie il tempo inseguendo carrucole, leve, ruote azionate dal vento o dall’acqua cui affidare un pensiero, un verso, una frase che non si fermi.


Essenzialmente, è un principio della fisica ciò che sembra regolare l’esistenza degli abitanti del Villaggio San Marco e degli operai di Porto Marghera e del Petrolchimico: i protagonisti di questo spettacolo. Così come l’ingranaggio infinito della vite in questione genera un continuo movimento che si ripercuote sull’intera chincaglieria meccanica, ogni esistenza umana si riflette su quella degli altri: Gigio Brunello, in Vite senza fine mette in scena, o meglio, mette in “vita”, il concetto di comunità. Il turnista, il meccanico, il postino, l’infermiera, il maresciallo, l’elettricista, il prete, l’ingegnere: vite di paese, forse anche da strapaese, ma che effettivamente si intersecano l’una con l’altra in quel clima perso nel tempo di quando ci si conosceva un po’ tutti. E poi ci racconta anche un’altra cosa: il lavoro pratico. Vite senza fine è un bell’ amarcord, elegia di un mondo analogico, antecedente e opposto al digitale: un mondo nel quale il lavoro significava “mani”, senza falsa retorica dietrologista, e la risoluzione di un problema significava “smontare-aggiustare-rimontare”. Non algoritmo.           
Eppure non è solo una bella nuvola di nostalgia. Scritto da Gigio Brunello per la regia di Gyula Molnar, lo spettacolo è la storia di un posto vero, di nomi e cognomi, e “di conoscenze tecniche, della manualità, della capacità inventiva e artigianale degli operai di Porto Marghera del secolo scorso…”          
(Marianna Sassano - Nonsolocinema)
TESTE CALDE. Storie della sortita
di Gigio Brunello e Gyula Molnar
In scena Gigio Brunello - Sculture di Gigio Brunello
Musiche originali di Gigio Brunello eseguite da David Boato (tromba), Francesco Socal (clarino), Rosa Brunello (contrabbasso), Tommaso Cappellato (percussioni), Marco Ponchiroli (pianoforte)
Scenofonia di Lorenzo Brutti - Consulenza storica Piero Brunello
     
Il 27 ottobre 1848 da Forte Marghera  escono gli insorti per cacciare gli austriaci da Mestre. Il presidio austriaco abbandona la torre Belfredo e lascia andare liberi alcuni ragazzi di  Noale  renitenti alla leva  che quella sera stessa dovevano essere impiccati.  Intanto a Forte Marghera il poeta Poerio  è a letto malato ma, nonostante il divieto di partecipare alla sortita, anche perché era molto miope,  verso sera decide di raggiungere da solo il centro di Mestre dove erano in corso i combattimenti. E' scesa la nebbia.  Poerio, convinto di andare in direzione della torre civica  prende la strada dei cappuccini che porta a Bottenigo, attuale Marghera.  Entra in un portone  dove stava rannicchiato col suo fucile un soldato croato che aveva perso il collegamento con i suoi. Il soldato spara. Di Poerio, che incontra la morte in un androne, resterà il nome a indicare una via.         
Questi due episodi sono  lo spunto che da il via al nuovo spettacolo di Gigio Brunello e Gyula Molnar  (Prima Nazionale Mittelfest di Cividale 2011) e che vuole proseguire l'originale e personalissimo percorso artistico di ricostruzione della memoria cittadina cominciato con Vite senza fine I saperi operai del novecento. Il linguaggio utilizzato è lo stesso che il pubblico mestrino ha conosciuto: un lungo tavolato sul quale, tra alcuni elementi  simbolici di Mestre ottocentesca (la torre, le Barche, il Ponte della Campana, il Forte Marghera), prendono vita le statuine della storia di allora. C'è una cassa di fucili pagati da una colletta patriottica per la difesa di Venezia, mai giunti a destinazione. Siamo nell'autunno del 1848 quando gli austriaci hanno già riconquistato Veneto e Lombardia e assediano la città lagunare. Il passaggio di mano di questa merce che scotta  ci farà conoscere contadini e soldati, spie , disertori e giovani patrioti, amori che parlano lingue ostili, come fossero appena usciti da novelle di Boito. Ci sarà chi sui fucili costruirà la sua fortuna, chi incontrerà la propria fine. L'autore, interessato esclusivamente alle loro storie, per scrupolo di raccontarle al meglio, non è riuscito a ignorare i re, le battaglie, i trattati, i proclami e le solenni promesse che, come ci insegnano i manuali di storia, allora c'erano e sempre ci saranno
.      
(Marianna Sassano - Nonsolocinema)
LUMI DALL’ALTO. Corse clandestine in città    
di Gigio Brunello e Gyula Molnar
In scena Gigio Brunello -Sculture di Gigio Brunello
dipinti di Lanfranco Lanza - Musiche di Rosa Brunello eseguite da Rosa Brunello Quintet- Scenofonia di Lorenzo Brutti
“ In groppa a C’est la vie, Ginco Scura e Kira Oxha sorvolano il bosco di Bissuola, un bosco così fitto che dentro ci si perde. - Lo sapevi che sotto questi carpini c’è il cimitero degli Unni? - dice Ginco- Nessuno osa scavare per non svegliare gli spiriti dei cavalieri morti - E tu, come lo sai? - dice Kira che ci ha preso gusto ad ascoltarlo - Ora sorvoleremo le sirene!- dice Ginco sempre più fiero di sé - legati a me e ascolta il canto. (fischio di sirena) Sentito? E’ poco bello? – Sotto di loro la gente preoccupata si riversa in strada - Noi non c’entriamo! - fa segno Ginco, non abbiamo toccato niente!- Ma i mestrini non li vedono e sono ancora lì a testa in su.” (Da Lumi dall’alto. Corse clandestine in città.)                                  
Quando Kira mi raccontò questa storia, era incinta del primo bimbo. Mi aveva fatto vedere il video del suo matrimonio: lei con lo sposo e gli invitati che percorrono velocemente i viali di un parco e guardano sorridenti in telecamera. Mi spiegò che quel video era un falso, l’avevano girato, di nascosto dai proprietari, in una villa veneta approfittando del giorno di chiusura del ristorante e grazie al  giardiniere albanese loro amico. Soldi per un matrimonio vero e proprio non ne avevano ma quel video serviva per far felici i parenti rimasti in Albania. E pensare che papà e mamma avevano già combinato un matrimonio con un cugino ricchissimo che viveva a Canadà.
Così cominciò a raccontarmi la sua storia fin da quando era partita in gommone col suo fratellino. Qualsiasi riferimento a persone o a fatti realmente accaduti è puramente immaginario.          

«Così, senza retorica alcuna rivive l'epopea della comunità albanese di Mestre, attraverso la storia vera di una sedicenne arrivata dall’acqua in Italia con il fratellino con le proprie cose ben avvolte e sigillate nel nylon per preservarle dall'acqua. Brunello e Molnar creano per mezzo di un teatro poverissimo dove sono gli oggetti a prendere vita con l'immaginazione dello spettatore uno spettacolo di rara potenza poetica ed evocativa.»
(Mario Bianchi - Eolo)



lunedì 4 gennaio 2016

Come l'acqua da un bicchiere rotto


Quando Orfeo non trova che il suo riflesso

recensione di Felice Carlo Ferrara




Un protagonista scisso in due uomini fermo in un Aldilà desolato come una soffitta in cui vivono solo ricordi accumulati in modo caotico. Una sorta di Orfeo deciso a ritrovare la sua Euridice, ma privato di risposte, abbandonato in uno spazio e in una dimensione che non riesce a comprendere e in cui non trova che i propri pensieri e un altro se stesso, una sorta di riflesso uscito da uno specchio. Ma quello che vorrebbe fosse l’Aldilà e in cui vorrebbe ritrovare lo spirito della propria ragazza, deceduta da anni in un incidente stradale, non si dimostra che un luogo mentale, un ampliamento abnorme dell’ossessione per la perdita dell’amata, un’ossessione che lo ha ormai ingabbiato e da cui fatica ad uscire.
Così della donna non si riaffacciano che vecchi ricordi, semplici oggetti e una voce registrata e risentita, si intuisce, mille e mille volte senza che da essa scaturisca nulla di realmente concreto. Tutto rimane fermo nella mente dell’uomo e non ci sono feritoie verso l’esterno, tanto da far dubitare che esista realmente un esterno, un “altro da sé”.
Non si riflette sul dolore, perché la ferita è ormai vecchia, ma piuttosto sulla volontà di venire a patti con una realtà che sembra insensata e la scelta di lasciare andare quel che rimane di un amore interrotto troppo presto, a dispetto che tutto sembri assurdo, insensato e crudele.
Per vivere bisogna accettare tutto quello che la vita impone, compresa quella che può spesso apparire come un terribile illogicità.



Per quanto sia inevitabile pensare al mito greco, lo spunto è dato da una storia vera, offerta alla scena da Ferdinando Cotugno, qui drammaturgo. Non si raccontano tuttavia che sprazzi di ricordi in un certo senso molto comuni, perché ciò che conta è piuttosto l’atmosfera che si tenta di ricreare: una dimensione surreale in cui desideri, passioni e sentimenti del protagonista acquistano un aspetto onirico e appaiono tanto suggestivi quanto sfuggenti, come l’immagine ricorrente dello squalo balena che apre e chiude in modo quasi monumentale lo spettacolo, e che forse deve ispirare in noi l’idea di qualcosa di immenso, vivo e affascinante, che tuttavia rimarrà per sempre sommerso e lontano dalle nostre coscienze.

Come l’acqua da un bicchiere rotto” è uno spettacolo dalla scrittura complessa e portato sulla scena da una regia attenta e molto creativa, che sa inanellare una lunga serie di immagini suggestive e piuttosto efficaci. Si nota inoltre la cura e la dedizione con cui tutto il gruppo ha costruito lo spettacolo, dagli interpreti, gli ottimi Marco Ripoldi e Libero Stelluti, capaci di toni delicati e di una ironia sempre ben bilanciata, fino al disegno luci molto articolato e davvero lodevole. 



Come l'acqua da un bicchiere rotto
Interpreti Marco Ripoldi - Libero Stelluti
regia Piera Mungiguerra
testo Ferdinando Cotugno – Piera Mungiguerra
consulenza drammaturgia Luca Franzoni
prodotto in collaborazione con Campo Teatrale

Visto a Milano presso Campo Teatrale, il 27 novembre 2015

mercoledì 28 ottobre 2015

Mostri e paure addomesticate con il Teatro del Buratto

Il mio amico mostro: il Buratto ci insegna ad addomesticare le paure


recensione di Felice Carlo Ferrara


Cosa fare di tutte le paure che la notte, quando si spegne la luce, riempiono la cameretta, prendendo la forma di mostri di tutte le dimensioni? Possiamo soffocarle, facendoci forza e ripetendo a noi stessi che non esistono. Per un bambino, però, è forse più facile venire a patti con la propria paura che imporre un margine a una fantasia ancora tanto fervida.
Così la piccola Alice si mette alla prova ogni sera, non serrando gli occhi e costringendosi a dormire, ma mettendosi in relazione con le sue stesse suggestioni, divenendone infine amica. In un certo senso Alice addomestica i propri i mostri. Ed ogni volta è una nuova avventura, perché l'immaginazione infantile può creare ogni momento qualcosa di inaspettato: il comodino può trasformarsi in un mostro mangiatutto, i vestiti ammucchiarsi e inferocirsi come un drago, un disegno malriuscito prendere vita e rivendicare la propria dignità, una coperta rivelarsi una creatura sensibile e piagnucolona.



L'idea alla base di questa recente produzione del Buratto non sembrerà forse molto originale, ma alla regista Aurelia Pini non interessa creare qualcosa di innovativo, quanto avvicinarsi con cautela a un tema tanto noto quanto necessario nella formazione di un bambino e affrontarlo con la giusta delicatezza. E in questo l'operazione è di certo molto riuscita, perché per tutta la durata dello spettacolo (50 minuti) il pubblico dei più piccoli segue con vivo interesse a grande partecipazione, si eccita, prova qualche brivido e poi tira sospiri di sollievo, riconoscendosi evidentemente nella protagonista e nelle sue emozioni.



Come spesso accade nelle produzioni per bambini, anche qui la forza dello spettacolo sta più nell'apparato visivo che nella drammaturgia. Le poche e semplici battute proferite dalla piccola Alice o dalla voce fuori campo del padre, lasciano infatti largo spazio a momenti visivi spesso incantevoli, in cui può esternarsi l'arte migliore del Buratto. Così al centro della scena come dello spettacolo non è posta la bambina, ma il suo armadio che, aperte le ante, si rivela un piccolo teatrino (su nero!) nel teatro. E proprio lì dentro si svolgono le scene più magiche, con i vestiti che si animano in affascinanti pantomime o in deliziosi balletti.
E, in effetti, questi siparietti, uniti all'esilarante esibizione del mostro Piscialetto, varrebbero da soli la visione dello spettacolo!




IL MIO AMICO MOSTRO

Produzione: Teatro del Buratto
testo e regia Aurelia Pini
in scena Marialuisa Casatta, Nadia Milani, Matteo Moglianesi
scene Marco Muzzolon
disegno luci Marco Zennaro
pupazzi di Marialuisa Casatta, Elena Veggetti
direttore di produzione Franco Spadavecchia
Genere: pupazzi animati a vista, teatro su nero, teatro d’attore
età consigliata da 4 anni a 7 anni
durata 50’

visto il 25 ottobre 2015 a Milano preso il Teatro Menotti

giovedì 22 ottobre 2015

Cesar Brie per i Teatri del Sacro



La volontà: Cesar Brie

vicino a Simone Weil

 recensione di Felice Carlo Ferrara




La volontà, vincitore del bando Teatri del sacro, è uno spettacolo che mette in scena non tanto un racconto di azioni, quanto pensieri e riflessioni. Sono i pensieri di Simone Weil, filosofa e mistica nata a Parigi nel 1909, morta a soli 34 anni e nota soprattutto grazie all'impegno editoriale di Albert Camus che ne promosse le opere dopo la morte.
Il soggetto può sembrare azzardato per la scena, ma Cesar Brie parte da un'idea suggestiva. Dare un corpo, il proprio, alle misteriose iniziali C.M., che segnano in modo enigmatico la lapide di Simone Weil. In particolare Brie immagina si tratti di un infermiere che abbia vigilato su di lei negli ultimi giorni. Non gli interessa, però, comporre un ritratto dell'uomo, ma ama forse solo l'idea di potersi vedere in compagnia della scrittrice. È un modo per proiettarsi più intimamente nella vita della donna, calzando i panni di qualcuno che forse non ebbe alcuna importanza nell'esistenza della filosofa. O forse sì.
Se si pensa che proprio quell'uomo deve essere stato l'unico testimone della sua morte, di una morte attesissima, di una morte che era per la donna il passaggio fondamentale da un mondo ingannevole, impietoso e brutale, alla verità amata, invocata, desiderata, allora potremmo cambiare il nostro punto di vista e condividere la scelta di Cesar. Forse quella persona ha invece assistito agli istanti più importanti vissuti dalla donna. Vale quindi la pena soffermarsi su di lui e immedesimarsi in lui per cercare di ascoltare nel modo migliore la voce di Simone Weil.

 Catia Caramia nei panni di Simone Weil in scena con Cesar Brie

Significativamente, dunque, Cesar Brie comincia lo spettacolo raccontando non la nascita, ma la morte della donna, come fosse questo momento ad aprire realmente gli occhi della donna e a far germinare il suo pensiero. E i versi incisi sulla lapide pongono subito l'attenzione sulla parola "dolore". Simone Weil non pretese mai la felicità in un mondo che, in quanto materiale, era, a suo parere, per sua stessa natura sottrazione di Dio e quindi di gioia. Scelse invece come unica via di vita autentica la condivisione del dolore degli altri, ed ebbe il coraggio di immergersi nelle realtà più crudeli del suo tempo, sperimentando su di sè prima il lavoro in fabbrica e poi l'orrore della guerra vissuta sul fronte. Per questo il suo pensiero rimane ancora oggi fortemente attuale: perché non costruito esclusivamente con le ideologie astratte dell'epoca, ma nutrito di esperienza reale. Come elogiare allora il lavoro operaio, dopo avere assaporato tutta l'alienazione che di fatto richiede? E come credere ancora nella bontà delle istituzioni politiche, dopo aver subito su di sé l'umiliazione di chi deve sottomettersi a poteri forti, indifferenti alle esigenze degli uomini semplici?



Cesar ci racconta tutto questo, illustrando piccoli squarci della vita della donna e scegliendo brani estratti da tutte le sue opere principali, spaziando così dalla filosofia politica, all'etica, fino alla mistica. A questo aggiunge poi il suo sguardo umano, ed ecco che la Weil ci può apparire in scena non solo nella sua statura di eroina, ma anche nei suoi aspetti più buffi o più goffi. Perché il coraggio non si associa sempre  a una grandezza fisica, e anzi spicca proprio su chi invece ha poca forza su cui contare.



Il pregio maggiore dello spettacolo è quello di evitare sapientemente il tono didascalico. Il rischio era fortissimo, dovendo confrontarsi con brani di natura filosofica, ma Cesar Brie sa ovviare al problema, riportando le parole della Weil a quella forte passionalità da cui sono nati e dando uno spessore emozionale alle idee. Si susseguono quindi scene di grande impatto, costruite con immagini forti e originali, che sanno stigmatizzare il pensiero della donna.

E proprio queste immagini dal grande potere evocativo, a volte ottenute con grande semplicità (basta un muro e dei segni tracciati col gesso per illustrare la violenza della guerra o della dittatura comunista), a volte con una vena acrobatica (i due attori appesi ad un gancio possono rendere ora l'impotenza di un corpo battuto da una forza più grande, ora la leggerezza di una Simone più anima che corpo), sapranno conquistare e impressionare maggiormente gli spettatori.

La volontà è dunque un'ulteriore conferma del talento registico di Cesar Brie e insieme una conferma di tutte le potenzialità del linguaggio teatrale.

LA VOLONTA' - FRAMMENTI PER SIMONE WEIL

drammaturgia e regia
César Brie
con
César Brie e Catia Caramia
scene e costumi: Giancarlo Gentilucci
musiche originali: Pablo Brie
disegno luci: Daniela Vespa
assistenti alla regia: Andrea Bettaglio, Catia Caramia, Vera Dalla Pasqua
consulenza tecnica e macchinistica: Sergio Taddei, Stefano Ronconi, Nevio Semprini, Matteo Fiorini, Gianluca Bolla
foto di scena: Paolo Porto
residenza Teatro Nobelperlapace
produzione: Campo Teatrale / César Brie

Spettacolo vincitore del Bando "I Teatri del Sacro" edizione 2014/2015

Visto a Campo Teatrale, Milano, il 18 ottobre 2015


venerdì 31 luglio 2015

Proxima Res legge I promessi sposi

 

Proxima Res cerca il sugo della storia

di Felice Carlo Ferrara 



 In un paese vittima di un malgoverno dove la politica non ha alcun pudore, preda di una classe dirigente ora oziosa, ora rapace, per due giovani comuni realizzare un progetto di vita semplice come il matrimonio diviene un'impresa veramente ardua. Potrebbe sembrare il racconto di una situazione odierna, eppure è ambientata in un Seicento lontano nel tempo, ma ancora tristemente vicino a noi per le sue tortuose problematiche e le mille contraddizioni. La realtà descritta da Alessandro Manzoni nel suo celeberrimo romanzo voleva essere un'analisi dei tanti errori del passato, ma anche una base per costruire un futuro migliore. E se questo futuro non si è ancora concretizzato, evidentemente dobbiamo ancora imparare molto dalle grandi lezioni civili di cui è ricco il romanzo.
Per questo è certo molto gradito ogni lavoro teatrale che parta dai testi di Manzoni. Il sugo della storia tenta un approccio al grande romanzo storico, mettendo in campo cinque narratori intervallati da una banda musicale di ben undici elementi. Nonostante l'alto numero di persone coinvolte, si rimane tuttavia nella mera lettura, una lettura a volte sentita e partecipata, ma mai realmente interpretata. I personaggi che animano la vicenda dei Promessi Sposi rimangono così fantasmi indistinti ancora ingabbiati nel testo e l'assenza di un taglio registico fa sì che non si aggiunga alcuna prospettiva particolare alla già ben nota voce del narratore manzoniano. Allo stesso modo gli interventi musicali rinunciano al tentativo di dare un contributo narrativo, limitandosi a creare divisorie acustiche tra un brano e l'altro.



In definitiva il lavoro della compagnia Proxima Res, pur mantenendo nella sua severa sobrietà una certa eleganza, rischia di apparire eccessivamente povero sul versante creativo e interpretativo, stentando a farsi lettura scenica e rimanendo piuttosto una semplice lettura non tanto diversa da quelle che possono consumarsi in un'aula scolastica.




IL SUGO DELLA STORIA
tratto da I promessi sposi di Alessandro Manzoni
a cura di Andrea Chiodi
musiche di Daniele D'angelo 
con caterina Carpo, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Emiliano Masala, Francesca Porrini
una produzione
Proxima Res


visto il 28 Luglio 2015 presso il Teatro Elfo Puccini a Milano nell'ambito di Padiglioni Teatro

giovedì 9 luglio 2015

Rosencrantz e Guildenstern sono morti



Rosencrantz, Guildestern e l’eterno tragico gioco del teatro

di Monica Ceccardi



Rosencrantz e Guildestern giocano a testa o croce. Rosencrantz vince sempre, per cento volte di seguito. Oltre a far sorridere, l’apertura del nuovo spettacolo di Leo Muscato ci catapulta fin da subito in un non tempo e un non luogo. Una sensazione di presagio aleggia sui protagonisti, a loro volta divertiti e straniati dal loro stesso gioco: “Sono io che non voglio vincere oppure il tempo si è fermato?” si chiede Guildestern. “Giochiamo da sempre?” gli fa eco Rosencrantz. E Guildestern ancora, sospeso come a mezz’aria in una realtà che ha perso i suoi contorni, chiede all’amico: “Qual è la prima cosa che ricordi dopo quelle che hai dimenticato?” Nessun ricordo. Un suono arriva a far esplodere la bolla onirica: eccoli alla corte del Re di Danimarca. Sono stati chiamati per capire cosa frulla nella mente di Amleto. In realtà dentro la mente di Amleto ci siamo tutti, noi come lui ci facciamo le stesse domande, essere o non essere? Gli unici tuttavia che sembrano poter rispondere agli eterni interrogativi, sono gli attori della compagnia di giro che i due protagonisti incontrano per strada. Quella stessa compagnia metterà in scena a corte La morte di Gonzalo, voluta da Amleto per risvegliare la coscienza del nuovo re assassino e di sua moglie. Rosencrantz e Guioldestern non capiscono, cosa c’è di strano: lo zio di Amleto ha ucciso il padre e ha sposato la madre, come non perdere la testa! Eppure tutti sanno tutto ma non dicono o fanno niente, e hanno convocato loro. Perché? Chi sono davvero Rosencrantz e Guildestern? Come andrà a finire? Bella domanda.
Gli attori provano lo spettacolo che faranno per il re e la regina, e provando ci raccontano della fine che faranno gli stessi Rosencrantz e Guildestern, che li stanno guardando… Gioco cupo e divertente di teatro nel teatro, condito di assurdo e grottesco, gioco che diviene funambolica ricerca di un senso che sembra sfilacciarsi ad ogni battuta. E non ci resta che sorriderne.
In fondo Rosencrantz e Guildestern sono due personaggi minori, che logica è quella che li mette al centro della vicenda? Non c’è logica. Però non possono tornare indietro, devono accompagnare Amleto in Inghilterra e consegnare una lettera. Aprono la lettera: ad Amleto verrà tagliata la testa appena arriveranno sul suolo inglese. Cosa fare? Loro sono suoi amici, però sono personaggi secondari, non possono cambiare la storia… Lo spettacolo cresce, vortica e sembra trovare una liberazione all’assurdo quando Guildestern uccide il capocomico: se non c’è spiegazione per loro, non c’è neanche per lui!  Ma la morte si fa beffe di loro, il teatro è più forte, in una sola parola: spettacolo!
Sul finale di questo gioco grottesco campeggiano sospesi sulle teste di Rosencrantz e Guildestern i cappi illuminati con i quali verranno impiccati: anche il loro amico Amleto si è fatto beffe di loro, e ha sostituito la lettera che li manderà a morire al posto suo.
Il bellissimo testo di Tom Stoppard riesce a filtrare e a illuminare la calda serata estiva del Teatro Romano, e lo fa grazie alla sua dirompente forza, declinata in comicità e profonda riflessione sulla condizione umana.
L’allestimento di Leo Muscato gioca con gli attori, dichiarando il suo intento di rispettosa restituzione dei sapori e delle atmosfere del testo. In scena un sipario rosso e un palco con ai lati le panche per gli spettatori. Il teatro nel teatro è dichiarato fin da subito. Il risultato è una versione piacevole, a tratti semplificata, dell’opera, che tuttavia ben si sposa con la freschezza degli interpreti. Il Rosencrantz di Vinicio Marchioni in bilico tra lucidità e dabbenaggine, è forte nelle sue fragilità. Il Guildestern di Daniele Liotti è lucido, anche se a tratti sembra smarrirsi in se stesso, troppo concentrato sulla sua voce e sulla sua presenza scenica. Il Capocomico Gianfelice Imparato gigioneggia nel ruolo del primo attore, con giusta flemma da navigato mestierante. Notevole il resto del cast nel tessere la trama impalpabile del teatro nel teatro, con canti, balli e scene da ottima commedia dell’arte.




ROSENCRANTZ E GUILDENSTERN SONO MORTI
di Tom Stoppard
traduzione e adattamento Leo Muscato
regia Leo Muscato
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Pietro Sperduti
personaggi e interpreti:

Rosencrantz - Vinicio Marchioni
Guildenstern - Daniele Liotti
primo attore / Amleto - Gianfelice Imparato
Alfredo / Ofelia - Beniamino Zannoni
Claudio - Andrea Caimmi
Gertrude - Andrea Bartola
Polonio - Simone Luglio
l'ambasciatore - Aldo Gentileschi
compagnia dei tragici - ensemble

Visto al Teatro Romano di Verona
il 4 Luglio 2015